Forse parto

Qui, in una calda sera d’inverno, una musica dolce riempie la stanza e tutto sembra meno doloroso di quanto non sia sempre stato, però le note passano solo nelle mie cuffie in realtà, e il resto rimane com’è. Scordato, disarmonico, stonato.
Lì, nelle mie cuffie invece è un mondo tutto diverso. Ci penso e lo riconosco: è il mio vecchio mondo, casa mia. Lo guardo e mi ricordo di quanto fosse pace.
Quando vivevo lì è successo un giorno che qualcosa è andato storto, che non ho visto la realtà e ci ho sbattuto contro. Sono caduta e mi ha fatto male. Ero qui.
Il mio mondo se n’era andato e io non l’avevo più trovato.
Da allora non ha mai smesso di fare male.
Ora che lo rivedo però, il mio mondo, sono felice. Spero stavolta mi porti con lui.

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Pensieri sparsi

Sentivo freddo. Mani gelate sotto la coperta e tanti pensieri da riordinare. Confusione e tristezza.

Ora cerco di scrivere con la mente annebbiata, ma non abbastanza. Il vino è finito. 

Un senso di disagio da scrollarmi di dosso.

Raduno il poco tabacco rimasto e tiro su una sigaretta, troppo sottile per stordirmi abbastanza.

Fisso a fatica i pensieri prima che si perdano, in anfratti nascosti della mia testa.

Nel palazzo di fronte una finestra illuminata e io sul balcone. Spio ragazze che parlano in una serata tranquilla. 

Io qui, da sola con i miei vizi. Spezzo il ritmo. La sigaretta è finita e io non me ne sono accorta.

Non ricordo più cosa avevo da dire.

Ergastoli

Una vita intera a sentirsi fuori posto. Non tanto quella che ho già vissuto ma quella che m’aspetta.

 Una vita intera a sentirsi fuori posto. Una condanna da sopportare a spalle larghe.

Una vita intera a sentirsi fuori posto. E non potersi permettere la speranza.

Adesso

È difficile guardare al poi se sei costretta a negare il tuo prima. 

Neghi te stessa e pensi di poter continuare dimenticandoti di chi sei stata fino ad ora ma non puoi. 

Non lo puoi fare.

Vai avanti ripetendoti che di quelli che ti hanno abbandonata non t’importa ma poi arriva sempre il momento in cui non puoi più evitare di chiederti chi sei. Allora ti guardi dentro e vedi che non sei più niente. 

Tornare indietro fa troppo male, davanti a te ci sei solo tu, e tu sei niente ormai. 

Adesso che fai?

Ricordo di un tardo pomeriggio d’estate

Cammina fra le piante con un lungo camice verde. Il cappello da pescatore a coprire la fronte rugosa. I guanti gialli da lavoro sporchi di terra. Le maniche arrotolate fino al gomito, mostrano venuzze verdastre di una pelle vissuta.
Col capo chino cura il suo orto da ore. Solo, a tratti, si drizza per dare tregua alla schiena. Porta il braccio sopra gli occhi per ripararli dal sole impietoso, e scruta d’intorno. Torna china alla terra.
Si sentono lontani urla di uomini affaccendati nei campi e scoppiettii di trattori.
Qui è silenzio.
Lei, finito il lavoro, raccoglie la pala ed un sacco. Torna in casa.
Da qualche parte rombano ancora i trattori e urlano gli uomini.
Lei prepara la cena. Tra poco torneranno.

“Non oggi”

Oggi parto, ho un pensiero in testa: e se lui non dovesse esserci quando tornerò?

Non mi era mai venuto in mente prima e invece mi viene in mente ora che non è più davanti a me, perché ad avercelo davanti è un altro conto: riesce a farti dimenticare che sta male, pensi che non può essere così grave come dicono i medici, in fondo guardalo, se la ride, chi lo farebbe ad un passo dalla fine? 

E allora vuol dire che la fine non è.

Nonna lo sgrida perché corregge il caffè col Varnelli e non dovrebbe.

Aspetta che lui se ne vada mio padre, «Lascialo stare, gli è rimasto così poco.» dice.

Gelo.

Allora forse la fine è questa qui.

Quello che poteva essere l’inizio di una storia

“Ciao amore, ci sentiamo domani.”
“A domani, divertiti.”
Inviato l’ultimo messaggio Irene disattivò la connessione internet del telefono e uscì di casa. Si sedette in giardino, sotto un grande pino e fissava la strada in cerca dell’auto che sarebbe passata a prenderla. D’istinto guardò lo schermo luminoso del cellulare, senza nessuno motivo; si accorse poi che la notte era più fresca senza quell’opprimente luce bianca. Ripose il telefono in borsetta e aspettò ancora un po’ nel silenzio: uno di quei silenzi di natura in cui le fronde sibilano mosse dal vento, latrati di cani lontani percorrono l’aria e qualche rapido fruscio inaspettato segnala l’aggirarsi di non so quale creatura fra le foglie. Eppure tutto ciò non spezza la quiete del paesaggio, come cristallizzato dai marmorei raggi lunari; tutto ciò non rende quel silenzio meno disarmante.
Si sentì da lontano il motore di un’auto avvicinarsi accompagnato dal fragore della musica ad alto volume: si fermò e dentro c’era Lorenzo, un suo amico, che le sorrideva e, mentre con una mano teneva ancora il volante, con l’altra le faceva cenno di salire. La ragazza si risvegliò di colpo da quel torpore in cui l’aveva sprofondata il silenzio e si affrettò verso la strada.
Ripartirono verso la costa, lì altri amici si sarebbero uniti a loro e la serata sarebbe proseguita fino all’alba nella mischia di qualche locale.
I due arrivarono ma non c’era nessun altro ad aspettarli così si sedettero ad un tavolo e nell’attesa bevvero un drink, e poi un altro e dato che gli altri tardavano ne bevvero ancora uno. La testa si fece meno pesante sulle loro spalle e la serata più sfocata. Fra le prime risate squillò un telefono: gli altri erano lì. I due si voltarono e videro i compagni venir loro incontro: c’erano Matteo, Laura, Beatrice, Francesca e per ultimi anche Diego e Carla, mano nella mano.
Irene si alzò in piedi e mentre salutava gli altri vide quelle mani stringersi e si dimenticò del resto: della musica, della confusione e persino degli amici. Pensò a Michele, il suo ragazzo, che era sempre troppo lontano, sempre troppo occupato e sempre troppo razionale. Pensò che loro da tempo non si guardavano più come facevano quei due, con quello sguardo di complicità profonda: uno sguardo che amava tutto dell’altro. Un qualcosa che Irene aveva provato ed ora proprio per questo ne sentiva tutta l’amarezza della mancanza. Guardò al suo fianco e non c’era nessuno a guardarla così, e chissà perché si era aspettata che ci fosse. “Che stupida” pensò. Sospirò e le comparve sul volto una leggera smorfia di rassegnazione. Laura la chiamò. Alzò lo sguardo più decisa di prima a divertirsi e non pensò più a Michele, non più alla sua solitudine né ad altro: ballò. Ballò e basta per tutta la serata.
L’alcol le aveva sciolto i fianchi e le impediva di udire tutto ciò che musica non era: non esistevano le urla della gente né la voce del vocalist in console, né il rumore dei pensieri infelici.
Lorenzo la vide d’un tratto al di là di alcuni amici. La vide e si fermò. La vide come non l’aveva mai vista prima di allora. Poteva scorgerne solo le spalle e la testa ma tanto bastava per intuirne i movimenti: danzava come trasportata dalle note della canzone, la lunga chioma rossa le si scomponeva ad ogni passo e quei ricci vaporosi spostandosi verso l’alto ad ogni mossa del capo sembravano sollevarla da terra, quasi non avesse peso.
Lorenzo si fece spazio fra la gente e la raggiunse. Le andò vicino senza alcuno scopo, solo perché la sua mente offuscata l’aveva portato lì e le prese le mani solo perché anche lui, nel suo annebbiamento avrebbe voluto partecipare alla sua leggerezza.

Buonanotte

Ti amo.
Lo so perché per quanto io riempia le mie giornate, alla fine, poco prima di addormentarmi penso a te.
Lo so perché la sera, quando non riesco a dormire, mi vengono in mente momenti passati: tante sconfitte e poche vittorie. Allora, in quel cumulo di fallimenti che mi costringo ad affrontare, mi vieni in mente tu, che hai sempre saputo come calmare le mie ansie, anche da lontano.
E dormo che il resto l’ho già dimenticato.

 

 

 

 

 

(Tremendamente stupido e banale, però vero.)